A Pistoia la teologia alternativa di Armido Rizzi

Il teologo Carmine di Sante presenta il suo ultimo volume dedicato al pensiero del suo maestro

Le associazioni «Il Granello di Senape» Pistoia e «Casa della Solidarietà» di Quarrata invitano alla presentazione del libro:

Carmine Di Sante, Dentro la Bibbia. La teologia alternativa di Armido Rizzi

L’incontro, che prevede la presenza dell’autore, avrà luogo sabato 12 gennaio 2019 alle ore 17.30 nella sala del convento delle suore domenicane di Pistoia in Piazza S. Domenico. In questo suo nuovo contributo Carmine di Sante ricostruisce lo straordinario percorso teologico di Armido Rizzi, suo maestro, con il pregio di riassumere in un’unica opera un pensiero che si dispiega in decine di pubblicazioni e numerosi articoli. L’ingresso è libero. 

Carmine Di Sante

Carmine Di Sante è nato a Bisenti (TE) nel 1941, ha studiato teologia all’Istituto Teologico dei Frati Minori di Assisi, si è specializzato in Scienze liturgiche al Pontificio Istituto S. Anselmo di Roma, si è laureato in Psicologia all’Università «La Sapienza» di Roma e ha lavorato per quasi vent’anni al SIDIC (Service International de Documentation Judéo-Chrétienne) di Roma. Ha pubblicato molti saggi, tra i quali La preghiera d’Israele. Alle origini della liturgia cristiana, Marietti 2009 (tradotto in inglese, francese, olandese, ceco e portoghese); Parola e terra. Per una teologia dell’ebraismo, Cittadella 2011; Lo straniero nella Bibbia. Ospitalità e dono, San Paolo 2012; La passione di Gesù. Nonviolenza e perdono, San Paolo 2013; Dio e i suoi volti. Per una nuova teologia biblica, San Paolo 2014; Il perdono nella Bibbia, nella teologia, nella prassi ecclesiale, Queriniana 2016.

Armido Rizzi

È nato a Belgioioso (Pavia) nel 1933, si è laureato in teologia all’Università Gregoriana di Roma e in Filosofia all’Università di Genova. Ha insegnato filosofia della religione, ermeneutica filosofica e teologia sistematica nelle Facoltà italiane della Compagnia di Gesù e dagli inizi degli anni ’70 si è dedicato al «Servizio della Parola» in forma itinerante presso comunità e gruppi cristiani.

 




Don Primo Mazzolari: un parroco che parla al mondo intero

A Parigi un convegno internazionale promosso dalla Santa Sede sul parroco di Bozzolo. Tra i relatori Mariangela Maraviglia

Sotto il patrocinio dell’UNESCO e in collaborazione con la Fondazione “Don Primo Mazzolari”, la Missione Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO e la Diocesi di Cremona hanno organizzato il 29 novembre 2018 un convegno internazionale sulla figura di don Primo Mazzolari, parroco novecentesco del paese di Bozzolo, che alla diocesi di Cremona fa parte.

L’incontro, dal titolo Il messaggio e l’azione di pace di don Primo Mazzolari (1890-1959), si è svolto a Parigi presso la sede Unesco e ha visto la partecipazione del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, di monsignor Antonio Napolioni, Vescovo di Cremona, di don Bruno Bignami, presidente della Fondazione “Don Primo Mazzolari”, di Guy Coq, presidente onorario dell’associazione “Amis d’Emmanuel Mounier”. Tra i relatori, anche la nostra collaboratrice Mariangela Maraviglia, membro del comitato scientifico della Fondazione “Don Primo Mazzolari” e autrice di diversi studi – monografie, articoli, curatele di volumi – dedicati al parroco cremonese. «Riflettere su come il pensiero e l’azione di questo sacerdote può aiutarci tutti a vivere il nostro tempo con coraggio e aiutare a costruire ciò che Papa Francesco chiama la civiltà dell’amore» è stato l’obiettivo del congresso nelle parole del card. Pietro Parolin.

Il cardinale – dopo l’introduzione di mons. Francesco Follo, Osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO, che ha portato tra l’altro il saluto di Papa Francesco, e dopo l’intervento del vescovo di Cremona – ha ripercorso la vita di questo sacerdote che, avendo «affrontato il dramma della guerra» prima come soldato semplice poi come cappellano militare, ha maturato «convinzioni che lo condurranno a diventare un costruttore di pace del XX secolo». È la «dura realtà della guerra» che «lo aiuta a comprendere che tra il Vangelo e la violenza la distanza è abissale». Dagli anni dei regimi totalitari in cui Mazzolari «ha avuto il coraggio di opporsi con forza a tutte le forme di ingiustizia e razzismo», al sostegno alla Resistenza «come esercizio di una coscienza che voleva preservare l’umanità dall’incubo della violenza»; dalle indicazioni nel periodo della seconda guerra mondiale sul discernimento del «bene e vero» in una «realtà che non è mai limpida», all’impegno per l’educazione della coscienza («il mito del dovere come esattamente opposto al primato della coscienza morale») o la convinzione della necessità di una istituzione sovranazionale come garante di pace: questi alcuni passaggi della vita e dell’azione di don Primo messi in luce dal Segretario di Stato vaticano.

A Mariangela Maraviglia era assegnato il tema La parola ai poveri da don Primo Mazzolari a Papa Francesco. «Nella Chiesa che dà la parola ai poveri disegnata oggi da Papa Francesco, si ritrova l’eco delle speranze che ancora comunicano la vita e l’opera di don Mazzolari», ha affermato la storica. Maraviglia ha segnalato l’attualità della figura del parroco lombardo, rimarcata più volte dallo stesso Bergoglio nei suoi interventi dedicati al prete italiano, a partire da quello letto nel corso della visita da lui resa alla sua tomba il 20 giugno del 2017. Don Primo è stato un «sacerdote coraggioso» che «fin dagli anni Trenta del Novecento faceva dell’attenzione ai poveri che apre all’esercizio della misericordia un cardine imprescindibile della vita cristiana», ha ricordato Maraviglia, sottolineando come tale attenzione segni particolamente l’attuale pontificato e stabilisca «indubbie e a prima vista singolari sintonie tra due esperienze storicamente e geograficamente distanti».

Ha quindi proposto alcuni «elementi e motivi di tale consonanza» ripercorrendo brevemente la vicenda di Mazzolari, le fonti del suo pensiero, la condivisione con personaggi e ambienti della storia dei suoi anni. Bibbia, Vangelo, Padri della Chiesa, Francesco d’Assisi, furono i fondamenti su cui si innestò la lettura dei francesi Charles Péguy, Georges Bernanos, Jacques Maritain, Emmanuel Mounier, e degli italiani che avvertiva vicini, per primo il sindaco di Firenze Giorgio La Pira con la sua Attesa della povera gente. Ispirazioni che non furono raccolte solo nella sperduta parrocchia di Bozzolo, ma anche da varie personalità con cui Mazzolari fu in contatto e spesso in amicizia: don Lorenzo Milani e la sua passione educativa che si faceva scuola di emancipazione per gli ultimi; don Zeno Saltini e la sua Nomadelfia, città della fraternità e dell’accoglienza di bambini abbandonati, figure, queste, entrambe valorizzate dalle recenti visite di papa Francesco nei luoghi della loro presenza; i più giovani religiosi David Maria Turoldo ed Ernesto Balducci, spesi in opere di carità e nella predicazione sui temi della giustizia e della pace; don Arturo Paoli che, allontanato forzosamente dall’Italia nel 1954, scriveva a don Primo della necessità di «essere come i poveri»; Giuseppe Dossetti, che avrebbe ispirato il discorso sui poveri e sulla povertà della Chiesa pronunciato dal cardinale Giacomo Lercaro al Concilio Vaticano II. Un discorso raccolto in particolare dall’episcopato della Chiesa latinoamericana, che fece della «opzione preferenziale per i poveri» la cifra del suo rinnovamento.

Papa Francesco, ha sottolineato Maraviglia, «conferendo nuova centralità a una Chiesa che sia sempre più “Chiesa povera e per i poveri”, fa propria oggi una richiesta e un impegno che sorgeva dalle voci più sensibili del cristianesimo del secolo scorso, e tra queste la voce viva e partecipe di don Mazzolari». E ha concluso: «Dare la parola ai poveri è compito acquisito per la Chiesa contemporanea. Ne detta l’esigente revisione interna alla luce della radicalità evangelica; la pone come uno dei pochi baluardi, forse l’ultimo baluardo rimasto a contrastare il dominio di poteri onnivori e disumani. È una sfida non meno ardua di quanto si mostrò nel Novecento vissuto da Mazzolari».




Torna alla San Giorgio il problema del Male

Il prossimo venerdì 11 gennaio, avrà inizio presso la Biblioteca Comunale San Giorgio, la seconda parte delle conferenze sul tema Il male e il silenzio di Dio.

Il tema ha inquietato la coscienza dell’uomo fin dai tempi antichi, spingendolo a chiedersi: unde venit malum? Certo è che dietro il termine ‘male’ si aprono orizzonti diversi, che spaziano da quello fisico a quello ontologico, da quello morale a quello sociale…

I relatori che hanno affrontato il tema l’anno passato hanno offerto interessanti spunti di riflessione: la risposta al male narrata da Dostoevskij ne La leggenda del Grande inquisitore, il tentativo di Teodicea di Leibniz, il concetto di male nel pensiero di Schelling e Pareyson, fino a trattare del concetto di Dio dopo Auschwitz proposto da Hans Jonas.

Quest’anno saranno offerti i contributi all’argomento da parte di Hannah Arendt, di Etti Hillesum o dalla lettura biblica che ne danno il libro di Giobbe o l’Apocalisse, ma anche da quella filosofica offerta da Immanuel Kant o Simon Weil. In questo panorama così ricco, non si va certo cercando una risposta esaustiva o che ‘mondi possa aprire’, ma solo tentatativi, ‘storte sillabe’ che possano aiutarci a sostenere il peso di una questione che soluzione logica non ha, ma che tanto dice della fralezza dell’uomo, del suo esser caduco in mezzo a realtà caduche ma, al tempo stesso, del fatto incontrovertibile che egli, quale ‘canna pensante’, non può sottrarsi alle domandi fondamentali che riguardano lui stesso ed il mondo. Fra queste domande, forse la più scottante è quella che riguarda il male, nella vita individuale, nella realtà, nella storia… per questo il tema ha suscitato interesse, e no smetterà di farlo, nel desiderio di risposte che non possono che essere variegate.

La ricchezza di questi contributi all’argomento è data non solo dalla competenza di quanti li presentino ma anche dalle diverse prospettive di lettura, che permettono a coloro che partecipano di non abbracciare facili soluzioni, che inevitabilmente risulterebbero riduttive.

Il mio ringraziamento va a tutte le relatrici e relatori ed a coloro che vorranno partecipare.

Edi Natali

 

programma 2019 (pdf)

Al via il nuovo ciclo di conferenze di filosofia e teologia, che negli anni passati hanno visto la partecipazione di numerosi studenti e appassionati delle due discipline e sono state coronate anche dalla pubblicazione di un testo, contenente gli atti del corso Ordo Amoris, elaborato dai relatori e sostenuto dalla Biblioteca San Giorgio. Il testo ha vinto il primo premio del concorso Premio Nazionale di Filosofia, X edizione. Le figure del pensiero, per la sezione «Pratiche Filosofiche», con cerimonia di premiazione avvenuta il 19 giugno 2016 a Certaldo (FI).
Le conferenze avranno la stessa impostazione seminariale già sperimentata nelle precedenti edizioni: ai circa cinquanta minuti di relazione farà seguito un intervallo di tempo di pari durata, durante il quale i partecipanti potranno porre domande o fare osservazioni. Agli studenti che lo richiedano sarà rilasciato un attestato di frequenza, che potrà eventualmente essere utilizzato dall’insegnante di filosofia a titolo di credito scolastico o per la valutazione finale.

Calendario degli incontri

Venerdì 11 gennaio 2019
Giobbe e la risposta al male
relatore Cristiano D’Angelo

Venerdì 18 gennaio 2019
Il male radicale in Immanuel Kant
relatrice Francesca Ricci

Venerdì 25 gennaio 2019
Il problema del male in Simone Weil
relatrice Sabina Moser

Venerdì 1 febbraio 2019
Hannah Arendt e la “banalità” del male
relatore Paolo Bucci

Venerdì 8 febbraio 2019
Etty Illesum: “lavorare su se stessi, unica soluzione al male”
relatrice Beatrice Iacopini

Venerdì 15 febbraio 2019
La figura dell’Anticristo tra Solov’ev e l’Apocalisse
relatrice Edi Natali




Se gli esercizi si fanno social

Da «Tienilo acceso», di Vera Gheno e Bruno Mastroianni a Sant’Ignazio di Loyola, qualche spunto per stare sui social da cristiani

C’è un libro recente di Vera Gheno e Bruno Mastroianni («Tienilo acceso», Longanesi 2018) che viene in soccorso all’utente medio dei social network, o meglio, alla stragrande maggioranza degli italiani che tengono in tasca uno smartphone e che si pongono il problema di “come” usarlo. Un agile manuale, non proprio abbreviato, ma di facile lettura che guida, come recita il sottotitolo a postare, commentare, condividere «senza spegnere il cervello».

Superata la distinzione reale/virtuale in auge al volgere del millennio, siamo tutti ormai consapevoli che i social si sono trasformati in “ambienti di vita”, spazi più “reali” che mai, dove si coltivano, costruiscono o distruggono relazioni, dove si fa notizia, tendenza, affari (soprattutto alle nostre spalle) e molta politica. Superata la dialettica dell’online/offline qualcuno ci dice che stiamo già dentro l’onlife.

Anche la Chiesa si è mobilitata in una produzione consistente di testi e proposte culturali legate al web e ai social network, desiderose di guidare alla conoscenza, alle buone pratiche e agli orizzonti pastorali (Ad esempio: «Di terra e di cielo. Manuale di comunicazione per seminaristi e animatori», a cura di Adriano Fabris e Ivan Maffeis, San Paolo 2017). Un’istanza educativa, d’altra parte, come afferma in modo molto convincente «Tienilo acceso», si fa sempre più necessaria se davvero

«è cambiato e sta cambiando radicalmente il rapporto dell’uomo con la conoscenza, così come sono cambiate e stanno cambiando le modalità degli esseri umani di entrare in relazione tra loro».

«Tienilo acceso» si dipana in quatto parti: «parole al centro» è la prima e presenta una provocatoria rassegna dell’odio in rete; quel che succede quando le parole diventano pietre, ma anche consigli pratici per capire che, con un po’ di attenzione, “onlife” possiamo starci anche diversamente. Il secondo capitolo, «parlare di me stesso», scopre il velo di Maya che fa dimenticare come in rete «siamo quel che sembriamo». La terza parte, «Parlare di ciò che succede» tocca il tema dell’informazione, offrendo utili suggerimenti per verificare le notizie e accoglierle criticamente. L’ultima parte, che recupera un altro testo di Mastroianni («La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico», Franco Casati Editore 2017), propone un metodo corredato da utili esempi per imparare a «parlare con gli altri», e vivere «felice e connessi».

A rimuginarci sopra le quattro parti di “Tienilo acceso” possono suggerire un piccolo “corso di esercizi spirituali” per chi, online, prova a starci da credente.

Magari a letto prima di addormentarsi, piuttosto che vagabondare da un profilo all’altro, non varrebbe la pena prendersi un minuto per osservare e osservarsi con occhiali “social”? Di fronte alle «cinquanta sfumature d’odio» squadernate quotidianamente su Facebook possono essere utili le composizioni di luogo ignaziane: «ascolto quello che dicono gli uomini sulla terra, cioè come parlano tra loro, giurano, bestemmiano e via dicendo; così pure ascolto quello che dicono le Persone divine, cioè: “Facciamo la redenzione del genere umano”; ascolto poi quello che dicono l’angelo e nostra Signora; infine rifletto per ricavare frutto dalle loro parole» (ES, 107). Un invito a “riascoltare” le parole umane e quelle decisive della storia della salvezza, per comprendere la misura traboccante della misericordia divina e magari nutrirne un po’ anche per i troll di turno e il piccolo hater che c’è in me. Vigilare sul cuore fa bene, perché «dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male…».

Mentre sbocconcello un panino in pausa pranzo e sul mio smartphone smessaggio serratamente con gli amici, zittisco i colleghi di lavoro, ricordo a mamma che torno a cena e alla fidanzata invio un profluvio di micini coccolosi, quale “me” ha davanti ognuno di loro?

C’è almeno un po’ di sintonia tra il tuo status e il tuo “stato di vita”? Lasciati interrogare dalla tua foto profilo. Prima di chiedere l’amicizia al datore di lavoro non conviene dare un’occhiata agli sfoghi sui tuoi post pubblici? La mia fede ha un’espressione social o è contraddetta dal mio profilo? E se il Signore mi chiedesse “l’amicizia”? Cosa vedrebbe di me?

Forse, come esplicita un buon libro di Rosario Rosarno («Giovani di oggi, preti di domani. Per una formazione vocazionale partecipativa-digitale», San Paolo 2018) occorre “educarsi all’identità” e fare attenzione almeno a tre aspetti: «capacità di gestione delle informazioni personali, inclinazione alla marginalizzazione delle proprie idee a favore di quelle altrui» (una bacheca affollata di link esterni ma priva di pensieri originali), «tendenza all’omologazione in social group che lasciano emergere un’identità eccentrica o annichilita». Qualcuno ci aveva avvertito: «ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti».

Se la mattina, appena alzato, apprendo da Twitter che il Papa è stato contestato da un facinoroso drappello di giovani lucchesi vale la pena domandarsi -preso almeno il caffè- se la notizia è davvero attendibile. Qual è la fonte, chi l’ha rilanciata? Quali le circostanze reali? Forse scopriremo che si trattava di giovani entusiasti che salutavano soltanto il proprio vescovo. Se poi, quando le cose si fanno più serie, la fede o la Chiesa sui social appare svilita, vituperata, deformata, è bene ricordare che desolazioni e tentazioni scaturite dalle menzogne e dal peccato si combattono con la perseveranza e la fiducia nella grazia di Dio: «diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate…». Il tempo (della conoscenza critica), ci ricorda papa Francesco, è superiore allo spazio, anche a quello circoscritto di qualche post.

Vale la pena, infine, riascoltare quanto scriveva, al termine delle annotazioni iniziali degli Esercizi lo stesso Sant’Ignazio:

«è da presupporre che un buon cristiano deve essere propenso a difendere piuttosto che a condannare l’affermazione di un altro. Se non può difenderla, cerchi di chiarire in che senso l’altro la intende; se la intende in modo erroneo, lo corregga benevolmente; se questo non basta, impieghi tutti i mezzi opportuni perché la intenda correttamente, e così possa salvarsi» (ES, 22).

Una pratica indicazione per chi, tra una telefonata e l’altra, in ufficio sfoga il proprio risentimento nei commenti di un fatto o di messaggio.

Quando torni a casa, imbottigliato nel bel mezzo del traffico, ti sei mai chiesto quali commenti hai postato? Quali reazioni hanno suscitato? «Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me…». Suonano pesanti le parole di Gesù. Fa bene ricordarsi di «avere a cuore l’altro», come ricorda «Tienilo Acceso» quando invita a fare attenzione a come scriviamo quel che postiamo perché «per riformulare il proprio pensiero nella maniera più efficace possibile occorre pensare all’interlocutore più debole, non all’interlocutore-modello».

Insomma, le vie del Signore sono davvero infinite. Proviamo a ricordarcene anche quando prendiamo in mano lo smartphone.

d. Ugo Feraci (Ufficio Comunicazioni Sociali e Cultura)




Bonaventura Bonaccorsi, chi era costui?

Breve profilo di un beato pistoiese a cura di Maria Valbonesi

A cura di Daniela Raspollini

Nella sua lettera pastorale “l’anno della comunità fraterna e missionaria” il vescovo Tardelli invita la diocesi a «riscoprire, ricordare e celebrare adeguatamente i santi del “Proprio diocesano”, portando a conoscenza della comunità la loro testimonianza evangelica». Venerdì 14 la chiesa pistoiese ricorda il Beato Bonaventura Bonaccorsi, una figura ignota a molti pistoiesi che merita invece di essere conosciuta e approfondita. Ci ha aiuta a farlo Maria Valbonesi, con un breve, ma significativo profilo biografico.

Il Beato Bonaventura Bonaccorsi

Fra tutti i santi e beati della Chiesa pistoiese Buonaventura Bonaccorsi è quello che dispone della più ampia rappresentazione iconografica: una sequenza di ben venti lunette affrescate da pittori diversi con la storia della sua vita nel chiostro della Santissima Annunziata. La prima lunetta ce lo mostra in atteggiamento autoritario e marziale, in mezzo al tumulto della guerra civile che insanguina le vie di Pistoia. Infatti Buonaventura apparteneva a un’antica e ricca famiglia ghibellina e ben presto cominciò a distinguersi negli scontri fra le fazioni, fino a diventare «capo e gran fomentatore» di quella ghibellina, anzi, secondo un contemporaneo, particolarmente crudele e sanguinario, «peggiore di tutti gli altri». Ma nel maggio del 1276, dopo aver sentito predicare fra Filippo Benizzi, il Generale dell’ordine dei servi di Maria Annunziata che da poco si era stabilito anche a Pistoia, improvvisamente Buonaventura decise di cambiare vita.

La conversione, specialmente se improvvisa, è sempre un mistero perché comporta l’intervento della Grazia divina; e tanto più in questo caso, perché della predica di fra Filippo sappiamo soltanto che cercava di placare l’ira delle fazioni e di quello che sia avvenuto nell’animo di Buonaventura non sappiamo nulla. Certo è che fra Filippo gli permise di seguirlo e di vestire l’abito dei Servi solo a condizione che prima chiedesse pubblicamente perdono ai suoi nemici. Come si può vedere nelle seguenti lunette di Cecco Bravo: «ritrovati ad uno ad uno singolarmente tutti i suoi nemici in qual si voglia luogo, in casa o in piazza, o soli o accompagnati che gli trovassi, con una humiltà indicibile e con un fonte di lacrime che gli piovevano dagli occhi, a tutti chiese perdono».

Da quel momento, dopo un anno di duro noviziato nel convento di Monte Senario, per quasi quarant’anni fra Buonaventura Bonaccorsi fu al servizio del suo Ordine, come predicatore e come priore dei conventi di Orvieto, Montepulciano, Bologna, poi di nuovo Montepulciano, nel 1307 Pistoia, dove costituì la compagnia delle sorelle dell’Addolorata, e infine ancora una volta Orvieto, dove morì nel 1315. Ma soprattutto fu in continua missione di pace, quella pace a cui fra Filippo Benizzi l’aveva convertito, persuadendolo che non c’è bene maggiore che si possa fare agli uomini su questa terra.

E forse proprio la vittoria della pace sulla guerra vollero significare i frati dell’Annunziata quando nel corso del XVII secolo fecero decorare da quattro valenti pittori (Cecco Bravo, Giovanni Martinelli, Alessio Gimignani e il Leoncini) ben venti lunette del loro chiostro con le storie del beato Buonaventura Bonaccorsi – beato fin da vivo, secondo la voce popolare- ma ufficialmente per la Chiesa solo dal 1822.

Maria Valbonesi




La Grande Guerra di Arturo Stanghellini

Domenica 9 dicembre  il prof. Giovanni Capecchi presenta «Introduzione alla vita mediocre», uno dei più importanti libri italiani nati dalla prima guerra mondiale.

La ristampa del libro di Arturo Stanghellini, Introduzione alla vita mediocre (Tarka 2018) sarà presentata domenica 9 dicembre alle ore 16.30 presso la Saletta del Sale del Museo Diocesano-Palazzo Rospigliosi (Ripa del Sale, 3).
L’evento, organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali e Cultura della Diocesi di Pistoia, prevede una presentazione dell’opera e dalla vita di Arturo Stanghellini a cura del prof. Giovanni Capecchi, intercalata da letture tratte dal volume.

A seguire: «al museo …con Arturo Stanghellini», apertura straordinaria e visita guidata gratuita del
Museo Diocesano – Palazzo Rospigliosi.


Pubblichiamo di seguito l’articolo di Giovanni Capecchi dedicato alla ristampa del volume e pubblicato sull’ultimo numero del settimanale “La Vita”.

Nella biografia e nell’opera di Arturo Stanghellini (nato a Pistoia il 2 marzo 1887) i tre anni trascorsi sul Carso, dal 6 luglio 1916 al 4 novembre 1918, seguiti dall’attesa del congedo arrivato solo il 28 luglio 1919, corrispondono a una violenta e insanabile cesura. Un vero e proprio abisso separa la vita di prima dalla vita di dopo. Ha scritto in un profilo autobiografico steso intorno al 1930: «Appartengo alla generazione che è stata tagliata in due dalla guerra, e proprio nel fiore della giovinezza. Bisogna comprendermi. Di là è rimasta la quieta passione per l’arte e gli studi, di qua un adattamento forzato alla vita dai posti numerati, che qualche volta dà al mio spirito languori di convalescenza».

Sul Carso, tra il fango e il fetore dei cadaveri, Stanghellini, come molti altri della sua generazione, consuma la giovinezza, brucia le tappe dell’esistenza avendo la forte sensazione, una volta rientrato nelle comodità della vita di pace, di aver raggiunto il culmine della propria esperienza umana proprio in quei giorni terribili ed eroici. La guerra “di talpe” ha fatto convivere per mesi e mesi con la morte, ha rivelato la fragilità dell’uomo, ha fatto scendere nell’inferno dell’orrore, tra rumori assordanti di artiglierie, morti inutili per conquistare cime dai nomi sconosciuti e silenzi abissali; ma questa guerra, non desiderata e non vissuta come festa, affrontata con paura ma anche con orgoglio (l’orgoglio di chi, nonostante l’attaccamento alla vita, non fugge di fronte al destino che lo mette costantemente al cospetto della morte), attraversata con altri uomini che il pericolo rende fratelli, finisce per rappresentare il momento fondamentale della propria vita, la stagione alla quale – come afferma Paolo Monelli in uno dei “classici” della letteratura di guerra, Le scarpe al sole – il combattente resterà «avvinto» per sempre.

Rientrato a casa alla fine di luglio del 1919, il tenente appena congedato trova finalmente la quiete necessaria per scrivere, riutilizzando anche gli appunti presi su un taccuino nei giorni della trincea. E – tra l’agosto e il dicembre di quell’anno – compone il suo libro più intenso, l’Introduzione alla vita mediocre, frutto dell’esperienza tragica vissuta tra il 1916 e il 1918, ma anche dell’amarezza provata dal reduce che aveva riposto ben altre aspettative nella rinnovata pace. Un’amarezza evidenziata dal titolo stesso del libro, preferito all’iniziale Memorie di un intervenuto.

L’Introduzione alla vita mediocre, che era stato ristampato nel 2007 dalle edizioni pistoiesi della Libreria dell’Orso e che in questo 2018 ha ripubblicato l’editore Tarka di Massa, è uno dei libri italiani più importanti nati dall’esperienza della guerra, attento ai fatti esterni (memorabili sono le pagine su Caporetto) ma fortemente piegato sull’interiorità dell’autore-protagonista. Con un linguaggio in molte pagine lirico, racconta il viaggio verso la trincea. Ma descrive anche il ritorno a casa dopo l’armistizio. Un ritorno tutt’altro che sereno: Stanghellini descrive infatti – facendosi portavoce di una generazione di reduci – l’impossibilità di ricominciare la vita di sempre, di riallacciare i legami (e riprendere le conversazioni) con coloro che non sanno cosa sia la guerra; narra l’itinerario verso la propria abitazione di chi sente di aver speso la giovinezza al fronte, di essere precocemente invecchiato, di non potersi riadattare alle “ore piccine” dopo gli istanti intensi della guerra, di non riuscire ad inserirsi in quella che appare ormai con chiarezza come una vita mediocre.

 




Come stare sui social senza spegnere il cervello

Un incontro promosso da AIART e Diocesi con Vera Gheno e Bruno Mastroianni, autori di “Tienilo acceso”

Come orientarsi nel mondo dei social network? Come usarli in maniera responsabile e, soprattutto, utile?

A queste e altre domande cercano di dare una riposta Vera Gheno e Bruno Mastroianni, autori del libro “Tienilo acceso”, edito da Longanesi. Gli autori, esperti di comunicazione digitale, presenteranno il loro lavoro a Pistoia, lunedì 3 dicembre 2018 con inizio alle ore 17.15 presso il Conservatorio di San Giovanni Battista (Corso Gramsci 37), nell’ambito di un’ iniziativa della sezione pistoiese di AIART, guidata da Renata Fabbri, e della Diocesi di Pistoia tramite l’ufficio per le comunicazioni sociali e cultura.

Nel libro (250 pagine che scorrono come l’olio) c’è anche un glossario: un glossario su una ottantina di termini che dobbiamo conoscere, in tutti i loro significati, se davvero vogliamo “abitare da adulti” il mondo della continua connessione social.

Si va da “adultescenza” (il sempre più frequente stato di una persona che non riesce a diventare del tutto adulta ma rimane incastrata in un prolungamento dell’adolescenza) a “Youtuber” (uno fra i miti di tanti ragazzini e ragazzine odierne: quei singolari personaggi assai attivi sui social, con grandissimi numeri di seguaci, che influenzano i più deboli guadagnandoci somme consistenti di denari). Nel mezzo parole, prevalentemente in lingua inglese, come “troll” e “texting”, “screenshot” e “sexting”, “hastag” e “dark web”, “blog” e “app”.

Il sottotitolo del libro (“Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello”) spiega bene il senso dell’operazione tentata con questo volume: contribuire non certo a demonizzare i nuovi media ma a conoscerli e, se possibile, a dominarli senza esserne a nostra volta dominati.

All’incontro, che sarà preceduto dal saluto del prof. Paolo Baldassarri presidente del “San Giovanni Battista”, è stato dato un titolo (“La disputa come strumento di crescita nei social e nella società”) che rimanda a un precedente, assai fortunato, libro dello stesso Bruno Mastroianni con una serie di indicazioni concrete sul come stare sui social in modo adulto: magari anche in dissenso con altri ma in ogni caso da persone civili, senza avvelenarci l’anima e il corpo attraverso leticate, offese, odio contrapposti.

L’incontro è aperto a chiunque si ritenga interessato, con particolare riferimento a insegnanti e studenti.




Vivere e respirare con l’anima in compagnia di Etty Hillesum

“Vivere e respirare con l’anima” in compagnia di Etty Hillesum

Venerdì 23 novembre alle ore 21.00 presso l’aula magna del Seminario Vescovile, il Centro Culturale “J. Maritain” propone una serata dedicata alla presentazione del volume di Beatrice Iacopini «Etty Hillesum, Il gelsomino e la pozzanghera. Testi dal Diario e dalle Lettere», Le Lettere 2018.

Interverranno:

Beatrice Iacopini

curatrice del volume

Daniela Pancioni

della Sala di Meditazione di Ancona: meditazione, semplici canti e intima lettura dal Diario e dalle Lettere di E. Hillesum

Nella prima parte della serata, Beatrice Iacopini ricostruirà il percorso spirituale di questa “mistica” del Novecento; a seguire, Daniela Pancioni, accompagnandosi col suggestivo suono di una “shrutibox” indiana, condividerà un’intima lettura di alcuni brani tra i più belli che Etty ci ha lasciato e semplici canti ispirati ai suoi scritti, offrendoli al pubblico come itinerario di meditazione personale.

La voce dell’ebrea olandese Etty Hillesum (Deventer 1914 – Auschwitz 1943), sempre più conosciuta e amata nel nostro paese, è una delle più originali e potenti tra quelle che si sono levate dall’inferno della Shoà.
Il suo percorso spirituale, iniziato a partire da una situazione esistenziale ingarbugliata e caotica, che la rende così vicina ai nostri tempi, si fece tanto più profondo quanto più aumentavano le persecuzioni antisemite naziste e generò in lei un affidamento a Dio e un amore per il prossimo così straordinari da permetterle di affrontare la temperie con scelte inattese. Per dirla con le sue stesse parole, il gelsomino, simbolo della bellezza della vita, poté incredibilmente
continuare a fiorire indisturbato nella sua anima, nonostante le tempeste esterne che cercavano di annegarlo nelle nere pozzanghere dell’odio e della violenza. Così, la Hillesum non solo non reagì con rabbia e rancore alla follia nazista, ma addirittura rifiutò di mettersi in salvo e scelse di seguire la sorte del suo popolo nel campo di prigionia di Westerbork, dove erano convogliati tutti gli ebrei olandesi. Ufficialmente assistente sociale per conto del Consiglio Ebraico, avvertì come suo compito quello di “disseppellire Dio dai cuori devastati degli uomini”, consapevole che niente può fare del male e non si è “nelle grinfie di nessuno” quando si riposa “tra le braccia di Dio”.




La resurrezione di Gesù tra storia e fede

Un’introduzione del prof. Giovanni Ibba al tema degli incontri per il quarto anno della scuola di Formazione teologica diocesana.

È iniziato il quarto anno della scuola di formazione teologica sul tema “Al centro del mistero della fede: annunziamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”.
Il corso di quest’anno si concentra su questo annunzio, affrontando tematiche come la morte e la resurrezione di Cristo. Il prof. Giovanni Ibba, teologo e biblista, terrà due lezioni sul tema della morte e resurrezione di Gesù; la prima il 26 novembre dal titolo: «la risurrezione di Gesù Cristo: aspetti storici». A lui abbiamo rivolto alcune domande per affrontare un tema decisivo per la nostra fede e stimolare la partecipazione agli incontri del quatro anno 2018.

Per quanto riguarda il racconto della resurrezione quali fonti storiche o testimonianze scritte conosciamo a parte il Nuovo Testamento?

Specificamente riguardo alla risurrezione di Gesù abbiamo a disposizione anche altre fonti, anche se poche, oltre a quelle neotestamentarie. Sono fonti più tardive rispetto ai testi neotestamentari. Comunque, la più antica fra queste è probabilmente quella contenuta nell’opera di Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, dove si legge che i discepoli dichiaravano che Gesù era apparso loro tre giorni dopo la sua morte.

Tutte le fonti neo testamentarie raccontano ciò che è accaduto dopo la resurrezione …possiamo affermare che la resurrezione è un fatto storico?

Se leggo Tito Livio è chiaro che storicamente posso affermare che al suo tempo la fondazione di Roma era davvero creduta come viene narrata nella sua opera e che Romolo e Remo sono stati allattati dalla lupa, ma, con “giudizio storico”, dirò che si tratta di un mito, di un mito storicamente attestato. La risurrezione è un mito? Nessuno, fra gli storici lo ha mai trattato così. Semmai, nell’Illuminismo e oltre, come di una “invenzione” da parte degli apostoli dopo la morte di Gesù. Ma è una teoria che “storicamente” non regge molto, tanto che di fatto è stata abbandonata. Forse anche perché banale.

Ciò nonostante, non accettare storicamente la resurrezione di Gesù e dire che è un’invenzione, oppure dire che non posso dimostrare che davvero sia accaduta, se da una parte può mostrare anche un problema ideologico, dall’altra apre tutta una serie di riflessioni molto importanti.

Se io come storico voglio capire il successo del cristianesimo senza basarmi sul dato della risurrezione di Gesù, allora qual è l’elemento che ha fatto in modo che si formasse ed espandesse questa religione?

Per la fede cristiana il dato della resurrezione è fondamentale, ma per lo storico essa non può essere considerata come un fatto. Nemmeno per il cristiano che fa lo storico, per una questione di metodo, se così mi posso esprimere. Qualcuno ha però fatto notare che senza di essa non sarebbe potuta avvenire una tale espansione del cristianesimo. Un terremoto avvenuto nel passato lo possiamo appurare studiando le fratture nelle rocce. Non posso sentire il terremoto avvenuto nel passato, posso però studiarne le tracce. Ma è chiaro che una simile ipotesi di lavoro ha bisogno, per essere plausibile, di sapere esattamente cos’è un terremoto e, in questo caso, cos’è una risurrezione. A parte la testimonianza degli apostoli, che potrebbe essere “inventata”, oltre a quello che riporta Giuseppe Flavio e altre fonti romane (per inciso su Gesù più che sulla sua risurrezione), non abbiamo a disposizione altro.

Per spiegare la nascita e lo sviluppo del cristianesimo molti studiosi hanno allora lavorato sulla storia delle idee, cioè hanno cercato di vedere se c’è un’evoluzione di idee religiose precedenti a Gesù che poi si sarebbero sviluppate in una credenza e in una dottrina. Ma anche questo tipo di ricerca non ha dato risposte convincenti, a parte una: Gesù non ha predicano nulla di veramente diverso rispetto a quello che già era espresso da altre fonti giudaiche della sua epoca. L’eucarestia probabilmente è la vera novità nella storia delle idee (il fare qualcosa e il predicare qualcosa sono azioni assolutamente interscambiabili nel vangelo).

Si potrebbe vedere la risurrezione di Gesù come una metafora della prima comunità cristiana? Gli Atti degli Apostoli sono quasi un quinto vangelo: Pietro, Giacomo, Stefano e Paolo dicono e fanno cose perfettamente simili a quelle che ha detto e fatto Gesù. Gesù è risorto perché vive negli apostoli e nei loro seguaci. Ma affermare semplicemente questo significherebbe comunque forzare le fonti neotestamentarie, le quali si esprimono chiaramente sulla risurrezione. Soprattutto parlano della testimonianza degli apostoli riguardo alla risurrezione di Gesù, anche se ciò che hanno visto può verificarsi in altro modo all’interno della comunità.

Pertanto, parlando in modo rigoroso, possiamo dire che storicamente è attestato il racconto della risurrezione di Gesù come anche la testimonianza degli apostoli, ma non che la risurrezione sia un dato “storico” in senso stretto. Il dato della fede, la risurrezione di Gesù, si basa quindi sul credere a ciò che viene scritto nei vangeli e dalla predicazione degli apostoli.

Nei vangeli la questione della resurrezione è trattata in maniera differente in ogni testo. Perchè?

Per quale motivo questi racconti presentano differenze non è del tutto chiaro. Diciamo che ci sono teorie plausibili, e che queste teorie partono dalla considerazione che dietro a ciascun vangelo c’è una comunità che vive e interpreta la resurrezione di Gesù con sentimenti diversi.

In ogni caso, tutti e quattro i vangeli riportano la notizia del ritrovamento della tomba vuota, come anche che la prima testimonianza di questa è data da donne.

Se ci sono quattro racconti con differenze sulla resurrezione non significa che allora i dati riportati in questi testi hanno parti inventate, ma solo che lo stesso evento è visto con sensibilità diverse. Come affermerà Ireneo di Lione rispetto ai vangelo, ossia che è uno e quadriforme, così in questo senso si può dire del racconto della resurrezione.

La resurrezione è un atto divino che tocca il mondo intero…un aspetto che forse talvolta dimentichiamo..

Mi pare che dimentichiamo molte cose, non solo la risurrezione. Sono convinto che conosciamo quello che proviamo, e quello che proviamo non lo scordiamo, o per lo meno è molto difficile che accada. Abbiamo probabilmente dimenticato un elemento della fede cristiana perché forse trasmesso in modo astratto, non vissuto. Forse sarebbe bene interrogarsi sul significato della risurrezione nella vita e, in qualche modo, viverla. Come si legge negli Atti degli Apostoli o in Paolo. Essere, in sostanza, come dei risorti.

Daniela Raspollini

(I corsi del IV anno si svolgono il lunedì dalle ore 20.45 alle ore 22.15)

Programma del quarto anno 2018-2019 (pdf)

 




Musica per organo dall’archivio capitolare: una conferenza a S.Ignazio

Una conferenza dedicata al repertorio organistico dell’archivio capitolare della Cattedrale di Pistoia

Sabato 10 novembre alle ore 18.30 presso la Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Pistoia, mons. Umberto Pineschi, maestro d’organo e proposto del Capitolo della Cattedrale di Pistoia proporrà una conferenza dal titolo “L’Archivio Capitolare della Cattedrale di Pistoia: una miniera di repertorio organistico nei secoli XVIII e XIX”. Una serata accompagnata da brani esemplificativi tratti dalle opere per organo di Giuseppe Gherardeschi e Luigi Gherardeschi pubblicate integralmente nel 2017 e dal MS B. 226,8. Porterà il suo saluto il sindaco di Pistoia Alessandro Tomasi. A mons. Pineschi abbiamo rivolto alcune domande.

Come nasce l’idea di riscoprire e valorizzare questo patrimonio documentale?

L’archivio della Cattedrale di Pistoia contiene molta letteratura organistica finalizzata agli organi di scuola pistoiese. Scoperta negli anni 1960 durante una catalogazione completa del fondo, è stata progressivamente pubblicata sempre nella revisione di Umberto Pineschi, fino ad arrivare, negli ultimi due anni, alla pubblicazione, ad opera della casa editrice VigorMusic, di tutte le opere degli autori più rappresentativi, cioè Giuseppe Gherardeschi (1759-1815) e suo figlio Luigi (1791-1871).

Nel programma si parla di un Anonimo si tratta di una scoperta straordinaria? Ci vuole spiegare meglio?

È un libro d’organo, composto verso la metà del secolo XVII non si sa da chi e neppure dove. È il più completo libro d’organo composto in Italia in quel periodo, di ottima qualità e perciò certamente scritto da un importante musicista, tanto importante che probabilmente allora si ritenne inutile specificarne il nome in quanto universalmente conosciuto, con la conseguenza però, che attualmente non si ha idea di chi sia stato. Attualmente è pubblicato on line sul sito dell’Accademia d’Organo “G. Gherardeschi” e presto dovrebbe essere anche pubblicato in un volume cartaceo dalle VigorMusic.

Quali sono i documenti più preziosi di questo repertorio organistico?

Appunto le opere di Giuseppe e di Luigi Gherardeschi, che furono maestri di cappella della Cattedrale di Pistoia.

Sarà l’occasione di ascoltare alcuni brani dalle opere di questi due autori…

Verranno eseguito due brani di Giuseppe Gherardeschi (Andantino per Benedizione, Rondò in sol maggiore) e tre di Luigi Gherardeschi (Offertorio, Elevazione, Postcommunio dalla sua Messa in do maggiore).

A una dei due è intitolata anche l’Accademia d’organo..

Sì, l’Accademia d’organo pistoiese è intitolata proprio a Giuseppe Gherardeschi (1791-1871). Per avere maggiori informazione e seguire il calendario dei nostri “vespri d’organo” si può consultare il sito: www.accademiagherardeschi.it .

Daniela Raspollini